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"Integrare Educando"
(l. 285/97)
"Gioch'Imparo"
(l. 285/97)
 
 

 

 

 

 


In questi ultimi anni si è sviluppata una straordinaria attenzione della politica nei confronti dell'infanzia e dell'adolescenza.

Il Governo e il Parlamento hanno realizzato insieme, anche con il concorso attivo della minoranza parlamentare, una serie notevole di provvedimenti legislativi a favore dei soggetti in formazione; le amministrazioni locali, in attuazione della legge 285/97, si sono fortemente attivate per realizzare progetti specifici e per promuovere e attuare sempre meglio i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza; le amministrazioni dello Stato a livello centrale hanno finalmente realizzato un coordinamento della loro azione per portare avanti insieme una strategia adeguata alla soluzione dei problemi che emergevano; il privato sociale ha trovato modo di dare il proprio contributo, sia sul piano progettuale che su quello attuativo, per assicurare un sempre migliore sviluppo dell'itinerario maturativo del ragazzo senza particolari problemi e un adeguato sostegno a quello in difficoltà.

Si è venuta così impostando e realizzando, per la prima volta nel nostro Paese, una seria politica a favore dei soggetti deboli della nostra società.

Una politica radicata su alcune linee strategiche di fondo.

  • Innanzi tutto, la politica per l'infanzia è stata inserita in un quadro più generale d'impegno politico per lo sviluppo democratico e sociale dell'intera comunità italiana: la lotta alla povertà, la volontà di assicurare lavoro e ridurre la disoccupazione, lo sviluppo della solidarietà sociale contro tutti gli egoismi di singoli o di gruppi, il riconoscimento di maggiori diritti di cittadinanza, l'incremento della partecipazione alla vita sociale e politica, lo sforzo per assicurare pari opportunità anche alla donna, lo sviluppo della cultura e dell'istruzione nel Paese, l'impegno per garantire sempre meglio la salute nel senso non di mera cura e prevenzione delle malattie, ma principalmente di realizzazione di un effettivo benessere, non possono e non debbono ritenersi obiettivi estranei anche alla realizzazione di un'effettiva politica per le nuove generazioni.
    La politica per l'infanzia si sviluppa principalmente attraverso una politica generale, attenta alle esigenze di sviluppo di tutti gli uomini e della comunità nel suo insieme.

  • In secondo luogo, la politica dell'infanzia si è affrancata da una vecchia logica che la portava ad affrontare esclusivamente le situazioni d'emergenza nel momento in cui i problemi esplodevano (la tossicodipendenza, la criminalità minorile, la pedofilia) e a realizzare prevalentemente interventi tampone, o ad assumere singole iniziative estemporanee fuori da un'organica visione dei problemi di fondo e senza un'adeguata conoscenza della reale condizione dell'infanzia e dell'adolescenza.
    La strategia che si è venuta sviluppando in questi ultimi anni è stata invece radicata su una documentazione esaustiva e globale delle condizioni di vita del pianeta infanzia nel nostro Paese nei diversi aspetti e situazioni, su un serio approfondimento preventivo dei problemi esistenti, sull'elaborazione di un piano globale e organico d'intervento, che delinei le linee strategiche da attuare progressivamente, assicuri i coordinamenti necessari per la realizzazione del piano a tutti i livelli, mobiliti le energie istituzionali e del privato sociale in una globale ed efficace collaborazione per la sua attuazione, preveda e sviluppi concrete verifiche periodiche per riscontrare l'efficacia dell'intervento ed adattarne l'esecuzione sulla base delle difficoltà che possono incontrarsi nel corso della sua esecuzione.

  • In terzo luogo, si è sviluppata una politica di tutela e di promozione dell'infanzia e dell'adolescenza attraverso la predisposizione di nuovi testi legislativi, ma non solo mediante essi.
    Affinché le leggi in favore dei soggetti in formazione possano essere veramente efficaci, si è riconosciuto indispensabile che:
    1)
    le leggi siano accompagnate dalla predisposizione di strumenti adeguati di applicazione, realmente incidenti sulla realtà;
    2)
    l'attività legislativa sia coniugata con una prassi amministrativa attenta alle esigenze del soggetto in formazione e rispettosa della sua personalità e dei suoi interessi;
    3)
    si sviluppino sul territorio iniziative non solo per la tutela ma anche per la promozione dei soggetti di età minore attraverso una mobilitazione sia delle risorse istituzionali che di quelle del privato sociale rese capaci di collaborare attivamente;
    4)
    si faciliti la partecipazione alla vita comunitaria del cittadino di età minore per superare la sua sostanziale emarginazione.

  • Ancora, si è riconosciuto che una reale politica di tutela del bambino e dell'adolescente non poteva essere attuata solo limitandosi ad affrontare le situazioni patologiche.
    Per promuovere tutti i diritti dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, è necessario che la politica non prenda in considerazione solo le situazioni di disagio o di devianza, ma si faccia carico di assicurare anche al bambino che non presenta particolari problemi lo sviluppo armonico della propria identità personale e sociale. Una politica per l'infanzia, infatti, non può e non deve essere sinonimo di politica per la tutela dei soli soggetti a rischio o già in gravi difficoltà, ma deve essere una politica di sviluppo per tutti coloro che vanno costruendo faticosamente la propria compiuta personalità.

  • Infine, la politica a favore dei cittadini di età minore si è incentrata prevalentemente sulla prevenzione, essenziale in questo settore, per giungere sempre meno a situazioni in cui divengono necessarie attività di recupero, che non sempre riescono a dare risultati soddisfacenti, in quanto le ferite riportate difficilmente non lasciano deturpanti cicatrici.
    Una prevenzione che non può significare solo individuare situazioni di gravissimo rischio e intervenire perché il rischio non si traduca in danno, ma piuttosto predisporre condizioni per consentire che per tutti il complesso percorso di crescita non sia ostacolato ma facilitato, che l'identità originale sia rispettata e valorizzata, che gli apporti siano positivi e strutturanti.
    Questo implica costruire una comunità che sia veramente educante e che sappia aiutare il fanciullo a fondare la sua personalità nello spirito degli ideali proclamati nello Statuto delle Nazioni unite ed in particolare nello spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà (preambolo della Convenzione). Questa funzione educativa non può essere delegata solo alla famiglia o alla scuola: tutte le agenzie di formazione, anche quelle informali, devono sentirsi responsabili; tutti gli adulti che, professionalmente o no, hanno contatti con soggetti in età evolutiva, devono farsi carico del compito di agevolare l'itinerario maturativo di coloro che si affacciano alla vita, e la politica deve stimolare questo impegno.

Su queste linee strategiche il Governo ha impostato in questi anni la sua politica per l'infanzia e su queste stesse linee si è sviluppato il Piano d'azione per l'infanzia e l'adolescenza.

Il ricorso allo strumento del Piano - che la legge 451/97 ha istituzionalizzato, esigendone la redazione ogni due anni - costituisce un nuovo efficacissimo metodo per impostare una seria, organica e meno occasionale politica per l'infanzia e l'adolescenza e per impegnare il Parlamento, il Governo, i vari ministeri, e in qualche modo anche le amministrazioni territoriali, a realizzare concreti interventi di promozione e tutela dei diritti riconosciuti ai soggetti in formazione.

Il Piano - che viene predisposto dall'Osservatorio nazionale sull'infanzia e adottato dal Governo, sentita la Commissione parlamentare per l'infanzia, azione con cui si realizza un'effettiva concertazione e collaborazione tra ministeri, esperti e rappresentanti degli enti locali e della società civile (presenti nell'Osservatorio), Governo e Parlamento - fissa alcuni obiettivi politici che si intendono raggiungere, le indispensabili strategie da sviluppare, le priorità di azione da privilegiare, i mezzi - siano essi normativi, organizzativi, finanziari - attraverso cui tali obiettivi possono essere raggiunti.
Si è cercato così di attuare anche un efficace coordinamento tra le istituzioni centrali dello Stato, le Regioni, le municipalità e le risorse della società civile.

L'indicazione di adottare lo strumento del Piano è stata data a tutti i Paesi del mondo nell'ambito del Summit mondiale per l'infanzia di New York del settembre 1990, quale mezzo per l'implementazione, sia della Dichiarazione mondiale sulla sopravvivenza, la protezione e lo sviluppo dell'infanzia adottata nello stesso Summit, che della Convenzio ne internazionale sui diritti del fanciullo (fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dal nostro Paese con legge 176/91).
In attuazione di questo indirizzo il Governo italiano ha predisposto e approvato il primo Piano nazionale d'azione nell'aprile 1997 (Governo Prodi) ed il secondo nel giugno 2000 (Governo Amato).

Il Piano ha così avuto il merito di promuovere in Italia una politica organica per l'infanzia e, avviando un processo di messa in atto di interventi di coordinamento amministrativo, ha posto rimedio alla distribuzione e sovrapposizione delle competenze tra molteplici organi amministrativi che in passato, e in parte tuttora, sono stati tra i fattori che maggiormente hanno frenato lo sviluppo di un efficace sistema di interventi a favore dei minori.

 



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